Questo cd multimediale - come anche la mostra fotografica - racconta la storia di un viaggio durato molti mesi e non ancora terminato. Un viaggio alle frontiere del pianeta avvenuto tra il 2001 ed il 2002.

Non ha quindi velleità artistiche, né ha la pretesa di descrivere in maniera esaustiva i Paesi visitati; vuole solo essere un documento - una sorta di diario di viaggio - che faccia parlare, faccia riflettere e discutere sulla condizione dell'Uomo, dell'unico Essere Umano che popola questo nostro mondo.

Sono molte le frontiere incontrate in questo viaggio: frontiere politiche, frontiere economiche, frontiere etniche, frontiere culturali. Tutte barriere che rendono sempre più difficile l'approccio all'altro, al diverso. Un diverso dal quale difendersi, del quale avere paura.

Andando alla scoperta di queste linee di demarcazione, si rimane sorpresi e si scopre l'Uomo; sempre uguale nelle sue differenze, sempre Unico nelle sue diversificazioni, sempre Prezioso nelle sue povertà.

Nascono quindi le domande gravi, forti, terribili riassumibili in una sola parola: Giustizia!

Il dizionario definisce questo termine come: "virtù morale per la quale si da a ciascuno ciò che gli è dovuto e si rispetta il diritto altrui" ; questo cd documenta la mancanza di giustizia distributiva tra i diversi popoli che abitano la Terra. E non c'è "Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo" che tenga… è solo un pezzo di carta ad uso e consumo di una piccola minoranza di uomini.

Questo materiale non da risposte, non vuole e non è in grado di dare risposte; vuole solo mettere in risalto delle questioni che tutti sono tenuti a porsi: i "desplazados" di Cartagena, gli indocumentati di Tijuana, i poveri di tutta la terra ci interrogano e, forse, un giorno ci chiederanno il conto.

Percorrono le nostre strade - le strade del cosiddetto "primo mondo" - ma facciamo di tutto per non vederli; non vogliamo sapere da dove arrivano, da cosa fuggono… inventiamo definizioni come "clandestino", "illegale" solo per porre una ulteriore frontiera tra loro e noi.

Avvicinarci a loro, così diversi dalla nostra "normalità", ci fa paura; meglio inventare barriere sempre nuove a volte fatte di carta, visti, leggi… ci sentiamo più sicuri. Quanto può durare, però, questa nostra sicurezza?

Il povero, il migrante, il diverso, non è buono per definizione. E non è nemmeno corretto giustificare qualunque comportamento solo per il fatto che si tratta di un povero. Il "buonismo" non funziona. Il rispetto, però, si!

Vivere nelle baraccopoli del mondo può insegnare molto, può relativizzare molte delle esigenze che riteniamo indispensabili per sopravvivere; può aiutare a viaggiare con un bagaglio, anche culturale, molto leggero. Per quanto possa sembrare incredibile a chi è convinto di possedere la "civiltà superiore", il povero ignorante può insegnarci molto; è sufficiente avere l'umiltà di ascoltarlo.

Riflettendo un attimo, ci scopriamo stranieri in tutto il mondo, a parte quella minuscola parte del pianeta che ci ha visti nascere… "Non chiamarmi straniero - canta il cantautore Argentino Alberto Cortéz - non preoccuparti da dove vengo; meglio pensare a dove stiamo andando, a dove ci porta il tempo! Non chiamarmi straniero perché il tuo pane e il tuo fuoco calmano la mia fame e mi protegge il tuo tetto" La stessa celebrissima canzone ci avvisa poi che "la fame non avverte nessuno e cambia spesso di proprietario!"

Questo viaggio nel mondo della mobilità umana vuole aiutarci a vedere nell'altro un essere umano. Diverso e scomodo finche si vuole, ma che non ha bisogno del nostro permesso per esistere; chiede però il nostro rispetto e giustizia per poter sopravvivere.

Giuseppe Lanzi

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